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Annalisa Rodeghiero, Opposte verità

  • Immagine del redattore: Rossella Pretto
    Rossella Pretto
  • 6 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Cosa rimane della verità quando la si osserva da opposte sponde? Quando cioè si vive il dissidio di essere qui, creature d’un sol giorno, ma sempre rimemoranti un’origine altra, alta, che rimane sonora in eco? E poi, di quale verità stiamo parlando?


È questo che chiede Annalisa Rodeghiero, il suo nucleo più fondo, caratterizzante e inesausto. Questo ci domanda di indagare insieme a lei.


Quale verità, allora: quale delle due?


Nel momento del cedimento in cui l’anima (parola ripresa senza timore da Rodeghiero) si impelaga o si confonde o ancora si arrende a coincidere col mondo, il volo è indisponibile. E la rivelazione sfuma. Si fa dolore.


Già dalle precedenti raccolte poetiche si evidenziava forte la ricerca del senso da ritrovarsi non nell’esperienza del quotidiano, o meglio, non interamente, ma nell’attimo, nel kairòs che scardina il tempo, il vivere di ogni giorno opaco.


Ecco, forse la verità di cui va in cerca Rodeghiero risiede proprio nel contrario dell’opacità, o della nebbia, e consiste in una trasparenza, in un chiaro sentire che guida il suo passo. In una fede meridiana nella parola, spazio-tempo dell’accadere. O la perlustrazione del senso in ossimoro accanito.


Trovare un varco al vero era l’intento,

alzarsi in profondità oltre il travaglio

nel fare concitato


scriveva in A Oriente di qualsiasi origine (Arcipelago Itaca 2021). Il vero sta tutto in un cominciamento e nel suo ricominciare epifanico dove «Il primigenio lampo si era acceso nei sei sensi / a unire le due solitudini in una, sotto le costole. / A quell’uno nuovo, si accordavano le cose. / […] Poi sarebbe stato un continuo morire di noi / nel sacrificio. / Ma più insistente dalla brace, il perpetuo ricrearsi». Perché «È un’invenzione il tempo / non esiste. // Mai l’abbiamo perso / né mai lo perderemo».


Il tempo, nel dominio del kairòs, si annulla, muta, diventa neve che brama il seme, eternità d’istante:


Mantenere intatta la spinta d’anima selvatica,

esistere nella chiarità del lampo

che ci investa come scroscio d’aprile, la durata.


E con la durata sempre in mente, Rodeghiero ha licenziato l’ultima raccolta, Opposte verità (MC Edizioni 2025, collana Gli insetti diretta da Pasquale Di Palmo, pp. 83, euro 14). L’opera insegue rilkianamente (e in compagnia di altri poeti della sua costellazione) la tensione all’origine nel cadere, moto che - nelle ultime due (delle tre) sezioni – diventa quasi pervasivo. Se la prima, ‘D’estasi e paura’, è tutto un levare, un percorso sapienziale in cui amore e scrittura diventano estasi - grazia di cui la parola è tramite e testimonianza, assoluto da trattenere -, nelle altre due si insinua uno scivolamento, che forse potremmo riassumere con i versi di Emily Dickinson:


Per un istante d’estasi

noi paghiamo in angoscia

una misura esatta e trepidante

proporzionata all’estasi


Montale aveva insegnato che l’esitazione di un istante porta al riconoscimento di una malattia - malinconia, spleen.


Ma se accettiamo il gioco

ai margini troviamo

un segno intelleggibile

che può dar senso al tutto.


Ecco che allora tutta la prima sezione è tentativo di incidere la memoria di quella grazia per i momenti in cui la stessa sarà inattingibile. Costruisce, o immagina ponti tra opposte verità, Rodeghiero. Si chiede l’origine del suono antico, ne segue la vita verticale «dove burrasca la gioia se di nuovo siamo vertebre alate nel grembo primevo dei nevai».

La parola è quel principio. Quel battere dove si fanno le cose. Il Verbo.


In solitudine e pienezza

abbandonarsi

al battito della parola dal

fuorimondo degli scorticati

farsi carico dell’ignoto

in sovversione delle cose, andare.


E così, nella seconda, bisogna serbare il silenzio rivelazione «per il tempo che arriverà della mancanza // ché mentre si guardavano le cose / come dell’acqua fossimo parte / la morte per altra via soffiava».

È il nord che si segue con accanimento, la bussola che orienta il percorso.

Quello stare sulla soglia dell’inizio diventa attesa, diviene tremore, è cadere.


E forte è il senso di lutto, perdita e sperdimento. La vita preme, la vita abbuia, la vita ruba. È la notte dell’anima. Il senso che si oscura, quell’acqua che «non è né canto né calco», «uno sfilacciare di guaine nei nervi scoperti senza più difese» e «lo sfaccettarsi del vero in replica di nostalgie, lo sguardo convertito alla parete».

Si consegna, Annalisa Rodeghiero, si snida e dice il vero del corpo, non più lo splendore delle altezze, quella benedizione.


Riposta la ritualità dei gesti

in clausura d’anima

abbandonati luoghi d’estasi


oltrepassare il ponte d’acque opache

è chiudere le palpebre alla vita

maceria su cui edificare altari di nebbia.


Mia incredula nel palmo verità

che di me sa ogni disperata piega.


È dalla disperazione, dal tutto che si nega e lascia deserti che arriva la preghiera, l’invocazione:


Come un’interminabile notte

d’inverno, deserto il silenzio

invoca una voce.


Da dove provenga non conta

ma venga e rimanga

e abbia pietà come solo una madre.


Sia fatta di parole

sostegno in ascesa

dolmen nell’anima.


Le due opposte verità sono toccate. Non vi è traccia di posa. Ma fedeltà alla nostra crepa che necessità sempre di parole esatte, di nuovi corpi per dirsi, per darsi, poi – anche –, come rinnovata luce.



Rossella Pretto

 
 
 

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