top of page

Anne Carson, Come l'acqua

L’amore è una storia che si racconta da sola?

Anne Carson, poetessa canadese pluripremiata ormai nel canone di una tradizione che si incarna spericolatamente nell’oggi, cerca di indagarlo con gli strumenti del viaggiatore antropologo - annotando i dati, combinando i saperi -, con la fame del pellegrino che usa i passi come modo del conoscere: la profondità del pozzo in cui getta la pietra aspettando il suono, primo vagito di un alfabeto da reinventare.

Carson è una donna che non deve essere come le altre, lo desidera il padre, uomo metodico nei suoi silenzi, che alle letture preferisce la guida; così, le storie dei libri che la giovane Anne legge sul sedile dell’auto si intrecciano ai paesaggi che le vengono incontro, facendole assaporare la vertigine della combinazione azzardata. Un padre, il suo, le cui mente poi cede annidando parole nelle mani che si tendono sul buio e appena parla si spargono «sul pavimento come una sacca di batacchi di campane».

Cos’è l’amore per chi è così coraggioso da offrirsi in dono - come sguardo? Per chi cerca l’angolo inedito delle cose, la posizione da cui le linee possano manifestarsi? Cos’è, per chi preferisce la penitenza perché non sa opporre lampi di genio per oltrepassare i muri della demenza? Per chi accetta la tentazione della mistica che perfora la buia notte dell’anima felice di togliersi gli abiti in fiamme trascrivendo idiomi?

L’amore è l’agguato che si tende alle cose perché tornino a farsi passo e nel passo ricerca. È lo sguardo della studiosa insofferente alla norma, il deragliamento della poetessa che scava il linguaggio, lo tende e lo frattura con l’acume dissezionante della traduttrice di classici, con l’istinto innato per gli spazi del pittore o del fotografo, che scelgono l’inquadratura perché il fuoricampo abbai. La fame, che è desiderio. È segno che si dà come voce nella carne, strada che diventa storia e va in cerca del confine, arrivando fino alla fine del mondo per scoprire cosa succede quando non c’è più via: si finisce in acqua, si può annegare. Il pericolo è quello per chi voglia parlare per precipizi, cesure, silenzi, per connessioni analogiche che accasano squarci di lirismo.

È stata Antonella Anedda, nel 2010, a portare Anne Carson in Italia, con Antropologia dell’acqua, quinta sezione di Plainwater, raccolta del 1995 che, insieme a Glass, Irony and God, l’ha consacrata tra le voci più interessanti della scena poetica mondiale.

Due raccolte ora tradotte per intero da Patrizio Ceccagnoli per Crocetti Editore. Come l’acqua è l’ultimo in ordine di pubblicazione, un libro proteiforme come la divinità marina della mitologia greca, in cui la poetessa compatta cinque sezioni di genere differente, dalla traduzione alla riscrittura, dalla poesia alla prosa, dal diario di viaggio al lyrical essay, ma tutte in qualche modo imperniate sulla grande incognita del desiderio, il suo abisso. D’altronde, Carson aveva esordito nel 1986 con un saggio intitolato Eros the Bittersweet, titolo ripreso dal composto usato da Saffo di cui Carson è traduttrice.

La prima sezione di Come l’acqua combina un gruppo di riscritture di frammenti di Mimnermo con un breve saggio dal tono ardito e dal piglio comparatista, quale Carson è, e tre interviste impossibili al poeta del VI secolo a.C. La seconda sezione è occupata dai “Discorsi Brevi” (originariamente editi nel 1992), folgoranti riflessioni il cui stile Ceccagnoli dice «figlio della prodigiosa unione tra l’arguzia aforismatica dell’amato Oscar Wilde, la visionarietà surreale di Kafka e l’erudizione digressiva e capricciosa di Roland Barthes». Segue “Canicula di Anna”, di ambientazione italiana, in cui si affacciano il Perugino e la sua sfuggente Musa a un convegno di fenomenologi dei giorni nostri. La quarta sezione è intitolata “La vita delle città”. Chiude “L’antropologia dell’acqua”.

Qui compaiono gli uomini che Carson non ha saputo trattenere: il padre, i compagni, il fratello (a cui dedicherà Nox). Tutti le sono scivolati via dalle mani. È il viaggio nella terra straniera che è l’altro, quell’impossibilità di capirsi: «camminiamo, fianco a fianco, in paesi diversi». La mente disarticolata del padre malato le fornisce forse una chiave di scrittura; il pellegrinaggio a Compostela con un uomo che chiama il mio Cid le dà la misura del pericolo dell’acqua e del limite: «Che senso ha il dolore, indipendentemente dal modo in cui lo escogitiamo mentre cerchiamo dei modi per fasciare la ferita tra noi e Dio?»; il viaggio per gli Stati Uniti con un uomo di cui è innamorata, l’imperatore della Cina, la mette di fronte al sanguinamento.

Sono storie di perdita che le fanno affermare: «Beh, l’illuminazione è inutile, ma penso che significhi che la libertà è un modo di essere bruciati vivi» perché «le forme di vita cambiano mentre le guardiamo, ci cambiano mentre le guardiamo».

Resta che l’amore, quello che, per Saffo, scuote l’anima come vento sul monte che irrompe nelle querce, «è il mistero dentro questo camminare».

Rossella Pretto

  • Facebook
  • Instagram
  • YouTube

RIMANI AGGIORNATO

SULLE ULTIME USCITE

© 2025 by ROSSELLA PRETTO

bottom of page