SCRIVO PER RIVIVERE

H.E. Bates, Tripla eco
È un narratore capace di pennellare una storia in pochi capitoli, con precisione estrema. Herbert Ernest Bates (1905-1974) fu uno scrittore prolifico, dalla fortuna alterna. Da giovane, dopo i fallimentari tentativi di farsi pubblicare, fu notato da Edward Garnett, il grande talent scout che tenne a battesimo da Conrad a D.H. Lawrence (sponsorizzò Figli e amanti), da John Galsworthy a Stephen Crane. Il suo fiuto fece cilecca, si dice, solo con Joyce. Nel 1925, Garnett inviò una lettera a casa Bates. L’anno dopo uscì The Two Sisters per Jonathan Cape. Nel 1931, Bates sposò Marjorie Helen Cox, la ragazza che suo nonno aveva salvato, ancora neonata, da un incendio. La portò nel Kent, dove acquistò un granaio riconvertito in cottage. Lì vissero con i figli fino alla morte. Per mantenere la famiglia, Bates scrisse moltissimo. I lavori migliori sono quelli degli anni Trenta. Tuttavia, la fama arrivò quando, con lo pseudonimo di “Flying Officer X”, licenziò due raccolte commissionategli dalla RAF. Nel decennio successivo, scrisse una serie di romanzi che ottennero grande successo di pubblico (meno di critica), di cui il più noto è Fair Stood the Wind for France. La sua reputazione calò molto dopo la fine del conflitto, ma per necessità economiche continuò a scrivere senza sosta. Popolare fu la saga della frizzante famiglia Larkin. Fu anche sceneggiatore e scrisse libri per l’infanzia e sulla passione per il giardinaggio.
Iniziato nel 1943 e poi abbandonato, Triple Echo vide finalmente la luce nel 1969: fu pubblicato a puntate sul Daily Telegraph, finì poi in volume l’anno dopo e, nel 1972, al cinema. Il film ebbe come protagonisti Glanda Jackson e Oliver Reed. Ora, Tripla eco (Adelphi 2026, pp. 106, euro 12) è disponibile anche in Italia grazie alla traduzione di Giovanna Granato.
È un racconto teso come uno sparo che rilascia suggestioni risonanti a lungo, come assicura il titolo. Siamo al terzo anno del Secondo conflitto mondiale, e il marito della protagonista è lontano, inghiottito dalle prigioni giapponesi: una presenza fantasma che grava come un lutto sospeso. La ventisettenne signora Charlesworth abita un margine della campagna inglese, la sua solitudine è dura e selvatica quanto il suo aspetto, «una massa lanuginosa di capelli neri», vestiti sporchi e dimessi, la pelle ruvida e scura come quercia, gli occhi «assumevano la vitreità smarrita degli occhi degli uccelli prigionieri delle teche, con soltanto l’erba morta e le felci a tenergli compagnia». Finché un giorno irrompe un giovane soldato refrattario all’uniforme, estraneo alla violenza che irrompe poco più in là della fattoria. Tra i due nasce un’intimità fragile e scontrosa, da superstiti. Quando Barton sceglie la diserzione, Alice lo accoglie come un animale braccato e lo nasconde al mondo travestendolo da donna. Barton è una creatura di bellezza ambigua, angelica. Il loro idillio si regge precariamente fino a quando un predatorio sergente della polizia militare si invaghisce della “sorella”, trasformando il rifugio in una trappola.
La maestria di Bates sta nel cedere al paesaggio le emozioni e le articolazioni del loro amore, con un procedimento di contiguità metonimica. Se all’inizio è il calore soffocante a dominare l’atmosfera e la loro danza di avvicinamento - con note melodrammatiche che trasformano la cucina in una fornace -, alla fine domina il gelo, quella sensazione di andare verso una rarefazione che prelude alla morte e alla chiazza scandalosamente rossa che sporca per sempre la neve. Il loro rapporto può vivere solo in una sospensione, perché quando il mondo irrompe non c’è più salvezza: si corre verso la catastrofe.
Graham Greene ha scritto che Bates è stato uno dei migliori scrittori di racconti del suo tempo, ha sostenuto che Cechov non fosse migliore. In Tripla eco, la scrittura di Bates è così calibrata, così dolente, ruvida, esatta, che possiamo perdonare a Greene anche un eccesso di entusiasmo.
Rossella Pretto