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Brullo e Deho', Imboscati

Sarà mistero cum gaudio o trauma ritrovarsi esistenti? 

Esistenti con l'aggravante dei generanti, la chance compiuta o rifiutata: questo sì uno scandalo - e lo senti nel sangue, la senti la colpa di portare alla luce, imperfetti, copie di copie alla Warhol. 

Non ne hai voluto sapere niente, non l'avresti tollerato, e in fondo te ne dispiace - non per te, ma per la durata che manca alla tua gente, dispersa e terminale. 

Ma va bene; a tutto – forse - c'è fine. 

E siamo qui, sul bordo della fossa, a domandare - che sia donata a noi la pace, e: ce ne scampi e liberi! 

Qui sul bordo o margine di un foglio, tra consumazione e consunzione (pasto e inedia), tra figliare e defogliare. E ci sia foglia come bosco per imparare a dirsi pianta, sasso o cardo. 

È questo che ti chiedi: che tipo di lotta sia, e perché lotta, estrema e tramortente. Dicono la notte oscura, il monte Carmelo, l'attraversamento dei regni o la povertà. E chi dice che no, la devi amare tutta questa vita a perdere, tutta farti passare senza tregua, corpo a corpo, battaglia senza quartiere o quartiere intero che sei, luogo di scontro, mistero fondo da far brillare in detonazione che rilancia su il buio a ogni trionfo, gioia scura e frastornante o ripudio che è tripudio, una morte di serpi dove “l'odore dei prati rende folli”. 

Se ne chiede conto, lo fanno Alessandro Deho’ e Davide Brullo nel nuovo epistolario (con disegni originali), Imboscati (Oligo 2026), un dialogo che rimette al centro la questione dell'esserci, e con colpa - in parte tramandata e sofferta, e a cui si dà vita di macchia - la macchia del bosco - o si allontana da sé come un calice a cui si debba bere comunque: coppa salvazione, coppa veleno. 

Per sentirla tutta e non dire il viaggio incompleto (non così integro nello smembramento), si va per boschi o deserti - no, non per boschi come a funghi -, ci si fa bosco, si prova la testimonianza, la comunione delle stigmate, prova e dilemma tremendo come l'angelo di Rilke sulle falesie di Duino, sperando sia Muzot. 

Ti domandi perché la colpa - che porti al polso a orologeria - e perché non creatura benedetta dal Padre, ma comprendi che se il Dio bambino che si immola non ti tocca - cum gaudio che sia o col bacio del trauma - nessuna grande Morte potrà esserti elargita. 

E dunque: paternità?

È sentire la fame che scarnifica il figlio, dirsela tutta, imboscarsela tra gli organi e mandarlo nel mondo a sanguinare, sanguinare tu senza sangue, falconiere che non sa tenere il guanto e libera il falco perché piombi nella chiesa esplosa a dire vegetale l'ascolto della parola.

Rossella Pretto

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