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Omaggio a Vitaliano Trevisan, Un’armonia per stridore

«Non è successo niente di irreparabile», così lui, sdraiato di pancia, gli occhi chiusi, il profilo essenziale. Rigoroso nella sua nettezza. Poi la fiamma che brucia e incenerisce. Eccolo ancora all’autostazione di Vicenza, in piedi, di nuovo, le mani lunghe che penzolano dalla ringhiera e un trench nero aperto, il sole che gli sbatte sulla faccia, i capelli rasati, sbarbato, non un pelo, eccolo ad aspettare qualcuno che infine scende da una corriera, qualcuno che non coincide con l’idea che se ne era fatto. Chi mai, d’altronde? Non era stato sempre Vitaliano Trevisan a dire che bisognerebbe vedere fuori quello che c’è dentro? Sì, proprio lui, un paio d’anni prima, nel 2002, nel libro che gli ha dato la fama letteraria. E nel 2004 eccolo nei panni dell’attore (e sceneggiatore) nel film Il primo amore di Matteo Garrone. Così l’ho visto la prima volta sbucare da un’inquadratura che ritraeva la città che avevo lasciato ormai da qualche anno – sei, credo. E me la ritrovavo lì, in un cinema romano che non ricordo quale, ritrovando al contempo quella parlata, quella nenia che Trevisan non si era tolto (e immagino non gli interessasse minimamente togliersi). Quella nenia che è ritrosia asociale tendente all’algore, quel bisogno di restare sempre un passo indietro, masticare le parole, ruminarle in un continuo faticosissimo lavoro di tenere e mollare, tenere e dover mollare a dispetto di tutto. Io quell’inflessione, odiata, l’avevo raschiata via già da un po’ e sentirmela di nuovo nelle orecchie mi dava ai nervi. Per non dire di quell’arrotare la erre, non esattamente come chi ce l’ha moscia, piuttosto come se la lingua fosse per metà paralizzata e non riuscisse a battere nel punto giusto. Occhi gelati e abissali. Dritto il naso. Che bel profilo… irrimediabilmente veneto, però. Lo guardo sullo schermo, curiosa e diffidente allo stesso tempo. Aveva confidenza con i personaggi borderline, Vitaliano, fobici e ossessivi, raccontava sé stesso e la verità di un disagio. Quello derivante dall’avere negli occhi un orizzonte piatto e monotono nell’infinita pianura cariata dall’industrializzazione e da un benessere di provincia, un po’ beota e un po’ baciapile, come si sa di Vicenza. Come ci convivi se hai tanto cuore da sentire che ti si strozza dentro? Se hai tanto cervello da doverlo rigettare? Sta tutto nella genialità di metterlo in parole, sta tutto lì, nella capacità di fartelo infiltrare, dall’orecchio allo stomaco. Non è poco. Poter comprendere, dico, non è poco. E lui ne ha scritto ancora. E poi ancora. Tristissimi giardini, ad esempio, di che parla se non di questa provincia? E il ponderoso Works dove è ambientato? Fin da subito, quel libro me l’ha fatto percepire affine - nel sentire, non nelle esperienze, ché io di tutti quei lavori non so proprio niente – affine e vicino, come ci fossimo sfiorati, in qualche modo, e mancati, se a poche righe dall’inizio del romanzo, lamentandosi della sua bicicletta condivisa con la sorella maggiore e rigorosamente senza palo e senza cambio, lo vedo arrancare su per la salita di Monte Berico, dove io abitavo prima di trasferirmi a Roma. Prima di lasciare la mia città e non avere più voglia di guardarla o sentirne parlare. Mentre Trevisan la città l’ha guardata impietosamente mettendola a nudo. Eppure non se ne è andato. Perché la provincia era il focus della sua ossessione. Era come un cane alla catena. Se fosse riuscito o avesse voluto allentarne gli anelli e scappare lontano forse si sarebbe salvato, il rodimento sarebbe cessato e le parole… le parole però si sarebbero estinte? Non ha corso il rischio, correndo quello di soffocare. Si è spostato di quel tanto che la catena gli concedeva. «Mi sono arenato nei corridoi di questa casa, pensavo guardandomi nello specchio, mi sono impantanato e impidocchiato in questa casa», così lui ne I quindicimila passi, e da subito: «ci siamo sottratti al mondo il più possibile, abbiamo sottratto al mondo la nostra persona per così dire, ma purtroppo in agguato c’è sempre una qualche incombenza alla quale non ci si può sottrarre». Così sembra. L’idea del suicidio trama tutto il libro, ma non si risolve. Thomas, il protagonista, vuole scrivere un saggio sui suicidi per impiccagione in provincia di Vicenza: niente motivazioni, solo dati, scientifico. Un lavoro che non può avere fine, si rende conto, se non con la fine del suo autore, per impiccagione magari. Ma alla fine vive e scappa, sì. Cosa lo salva? Il camminare inesausto, ed è tutto bernhardiano questo romanzo (Thomas il nome del protagonista - un omaggio dietro l’altro). Con in più il merito di una trama forte da sbrogliare. «Mi aggiro ogni giorno col solo scopo di mantenermi in vita». Con quelle mandibole di ferro attraverso cui tutto rimugina e rimugina ancora, e nel mentre conta i passi e annota e mastica e rimastica, rumina pensieri, ricordi, conversazioni di quella vita desolata e desolante che rifiuta tutti gli altri. «Usciamo per salvarci da noi stessi e dalla nostra solitudine, pensavo, non certo per incontrare qualcuno, anzi, ci guardiamo bene dall’incontrare questo qualcuno; facciamo tutto il possibile per evitarlo questo qualcuno che potrebbe riconoscerci e smascherarci in ogni momento». Smascherarci: nel libro ha un senso che non dirò, leggetelo se vi interessa scoprirlo. Ma è comunque il camuffamento che bisogna togliere, quella rassicurante simmetria che non morde ma colpisce alle spalle. Velenosa come l’aria che si respira. Micidiale per chi rimane e pretende di non omologarsi ma di scavare sotto quei centimetri di pelle che nascondono mostri deformi e spaventosamente asimmetrici. Come nei ‘Three studies for self-portrait’ del 1979, di Francis Bacon, il quadro che presenta «un equilibrio per distorsione, un’armonia per stridore», così lui, il trittico che il fratello di Thomas osserva nella vetrina di una galleria di Piazza Matteotti. Sarà il negozio di colori a pochi metri dall’entrata del Teatro Olimpico? Comunque sia, quel quadro che il fratello scambia per fotografia - e tanto si arrovella e si scompone la faccia per tentare di capirne il senso che poi scopre che quel senso è il sepolto, il rimosso, il mostruoso invisibile - proprio l’invisibile mette in mostra. E Bacon questo fa, dipinge l’invisibile. E anche Trevisan fa questo. Dipinge l’invisibile disagio che lo invade mentre spietato descrive quello che l’occhio non può fare a meno di vedere, tutta quella superficie, tutta quell’apparenza. E in fondo solo un buco nero e una morte corteggiata, una morte di cui si parla però per sopravvivere. Per sopravviverle. E allora quell’immagine deformata da un crampo diventa l’unica possibile e la più somigliante, quella che fa vedere fuori quello che c’è dentro. E che dolore! Tutta quell’ossessione sputata fuori, dimostrata come atto di forza. E il dolore che non smette lo stesso. Paura e attrazione. «Per Bacon guardare significa aprire l’involucro visibile, aprire i corpi, e aprirli fino alla ferita, fino alla lacerazione, anche della propria immaginazione», scrive Fabrizio Coscia nel libro dedicato al pittore irlandese alla cui presentazione romana ho assistito quando Roma già l’avevo lasciata per tornare a seppellirmi in provincia, in quella che ora chiamo Vicenza-la-morta. Così, tra lì e qui mi sono accostata a quella ferita, a quella lacerazione che Vitaliano Trevisan richiedeva e continua a richiedere. Tra le sue pagine c’è qualcosa di indifferibile. Per noi, per me. Che poi l’abbia incontrato una volta non ha nessuna importanza. A Vicenza, sotto la basilica dove abbiamo parlato davanti a un bicchiere di vino. Non è stato nulla, perché come ho detto ci siamo mancati. Ma dove davvero lo comprendo, dove posso tentare di avvicinarlo senza ritorsioni è lì. Nei libri. Perché se lui era urticante, io pure sono carta vetrata. Epperò lo capisco. Sono nata qui anch’io. E hai voglia a dire che quel male c’è ovunque. Sì, certo. Ma permettetemi di dire e pensare che in costiera ha una temperatura diversa. Una temperatura umana, intendo. E non dico sia minore. È diversa. Lo so. Sento la furibonda immobilità che ci scorre nelle vene, qui. Bisogna perciò resistere finché ne varrà la pena. Torno a quell’immagine romana, torno allora a Il primo amore che mi scorreva sullo schermo e a Trevisan steso sul pavimento, a pancia in giù. È la fine, la telecamera scende dal caminetto che erutta fiamme fino ad arrivare alla sua testa. Al sangue. La mano trema, una convulsione. Finirà presto. «Non devi avere paura», così lui in voice-off, «non è successo niente di irreparabile. Potevo morire ma non è colpa tua. Abbiamo sbagliato tutto, ci siamo illusi di potercela fare. La testa sempre insieme col corpo». Bisognava armonizzarla col corpo quella testa. Ma l’unica armonia che Vitaliano conosceva era quella per stridore.

 

Rossella Pretto

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