top of page

Seamus Heaney, Poesie

C’è qualcosa di sacro in ogni uomo, sostiene Simone Weil, qualcosa che va al di là della persona e della collettività e inerisce all’uomo nella sua interezza: l’anelito al bene che risiede nel grido infantile che neanche il Cristo ha saputo trattenere: “Perché mi viene fatto del male?”. Un grido di dolore che sgorga al contatto con l’ingiustizia e diventa protesta impersonale, argomenta la filosofa, che poi scrive: «Chi è penetrato nell’ambito dell’impersonale, vi trova una responsabilità nei confronti di tutti gli esseri umani. Quella di proteggere in loro non già la persona, bensì ogni fragile possibilità di passaggio nell’impersonale che la persona ricopre». Una tensione verso quanto di sacro si conserva, e che forse ha a che fare con la poesia e il suo compito di resistere alla desolazione.

Un dovere nei riguardi del prossimo che ha avvertito anche il poeta premio Nobel Seamus Heaney, scomparso dieci anni fa, il 30 agosto 2013, e la cui attività è stata attraversamento e dono, un ponte tra disponibilità e obbligo che evidenzia altresì la fatica compiuta per mantenersi fedele all’autenticità.

Nella Nota che accompagna le Poesie, pubblicate nei Meridiani Mondadori nel 2016 e ora riproposte nella collana dello Specchio (eccezion fatta per gli apparati), il curatore di entrambi i volumi, Marco Sonzogni, traccia la parabola dell’impegno del poeta nordirlandese ricorrendo alle mitiche figure di Ercole e Anteo, l’eroe delle dodici fatiche e il figlio di Gea, la Terra, da cui il Gigante traeva nuova linfa ogni volta che veniva atterrato, divenendo invincibile. Ercole, però, accortosi della prerogativa del nemico, sollevò Anteo tanto in alto da indebolirlo, riuscendo infine a stritolarlo. Heaney, scrive Sonzogni, si sentiva vicino a entrambe le figure. Infatti, nel discorso tenuto all’Irish Museum of Modern Art di Dublino il 13 aprile 2009, il poeta diceva di essere «nato sulla terra agricola di Anteo ma destinato a vivere e respirare nell’aria fantasiosa di Ercole».

È sicuramente dal basso che Heaney ha estratto la forza, da quel suolo che non sapeva scavare con la vanga ma che ha onorato con la penna in descrizioni che «colgono il cuore allo sprovvista e lo spalancano», connettendo il centro d’acqua senza fondo del paesaggio natio - «una torbiera che continua a incrostarsi / tra gli sguardi del sole», e in cui il passato ritorna nella violenza dell’oggi - con un altro centro, l’omphalos delle civiltà fondative del Mediterraneo, che spesso gli ha fornito la patente giusta per declinare scelte individuali e collettive cantate in versi di lirica bellezza, ma attenti alla profondità etica con cui ha dato voce alla dimensione miracolosa del quotidiano. Come gli è stato riconosciuto dall’assegnazione del Premio Nobel.

Heaney si è interrogato a lungo sul ruolo pubblico del poeta e sulla necessità di conservare incontaminato il suo verbo, capace di pronunciare una parola inaggirabile. Centrali sono le domande che si poneva sulla relazione tra la sua vita intima e l’intervento che gli veniva richiesto a gran voce. Qual è il giusto modo di vivere e di scrivere? E poi: che tipo di rapporto deve coltivare il poeta con la propria voce, il luogo, il patrimonio letterario, e quale con il mondo contemporaneo, si chiedeva in Preoccupations, il primo volume di prose.

Non ha mai smesso di cercare le risposte, Heaney. Ha ridato fiato alle radici innestate nella torba, ai mestieri tradizionali, ai personaggi legati al folklore del suo paese e alla lingua, individuando la sua Musa gutturale e restituendo il mondo sotteso alla durezza di quei suoni. Ha cantato l’amore per una donna, le gioie e i dolori di un matrimonio. Fondamentali, nel suo percorso, sono stati la rabbia e il dubbio, a dimostrare la sincerità dell’ispirazione. Come in Station Island, raccolta “purgatoriale” del 1984 che ha accolto il travaglio interiore dell’autore che scelse di emigrare a sud abbandonando la patria insanguinata dai Troubles, la guerra fratricida tra Unionisti e Nazionalisti, con la partecipazione di forze statali e parastatali. La risposta dell’esilio - come per Dante, a cui Heaney ha dedicato tanta attenzione comprendendone il destino doloroso - mostra che è necessaria la distanza e che la misura si trova nell’apparente attrito tra obbligo e disponibilità: un equilibrio fragilissimo che attesta la presenza dirompente della parola poetica nella lontananza imposta dalla riflessione, così come attesta la presenza del passato nel presente. Heaney l’ha dimostrato denunciando gli orrori odierni con il filtro dell’antichità - e si pensi alla sua Sepoltura a Tebe, la traduzione/riscrittura dell’Antigone sofoclea con cui ha messo il mondo di fronte all’arroganza del potere che contrappone i fratelli, chiaro riferimento al conflitto nordirlandese; o si pensi alla Cura a Troia, versione del Filottete in cui la cura consiste nel trascendere il vissuto personale e metterlo a servizio, e dove speranza e storia riescono infine a rimare.

La filosofa francese, per ritornare a Weil, sosteneva che lo spirito di giustizia e di verità, a cui si giunge attraverso il proprio annientamento, sia quella «particolare specie di attenzione che è puro amore». Lo testimonia anche Heaney, il cui percorso - dalla terra al cielo, scriveva Piero Boitani nel corposo saggio contenuto nel Meridiano - si conclude proprio con una meditazione sul miracolo della cura, su chi insomma presta soccorso con gesto disinteressato e responsabile. Lo racconta in una poesia consegnata all’ultima raccolta, Catena umana, in cui Heaney rimodula l’episodio del Vangelo di Luca dedicato al paralitico portato fino a Gesù: sono gli amici, il loro dono, a costituire il fulcro del componimento.

È così che il poeta ha sostanziato il suo impegno. E così ha incantato qualsiasi lettore facendo risplendere anche solo la debole fiammella della speranza e riuscendo, con i suoi grandi occhi da Narciso indagatori di pozzi, limo e radici, a «rendere il buio echeggiante». A ogni nuova lettura.

Rossella Pretto

  • Facebook
  • Instagram
  • YouTube

RIMANI AGGIORNATO

SULLE ULTIME USCITE

© 2025 by ROSSELLA PRETTO

bottom of page