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Roberto Mussapi, I nomi e le voci

«Non possiamo pensare/a un tempo che è assenza di oceano/o a un oceano non cosparso di rottami/o a un futuro che non possa/come il passato, essere senza destinazione», scriveva T.S. Eliot nei Quattro Quartetti.  Oceano e rottami da cui però derivino stupore e rinascita, suggerisce Roberto Mussapi ne I nomi e le voci (Mondadori 2020, pp. 176, euro 18), vera e propria cosmogonia della sua ispirazione poetico-teatrale, qui ricomposta grazie a un lavoro di tessitura e raggruppamento inediti - come fece per Le Poesie (Ponte alle Grazie 2014) e per una personale antologia di traduzioni, The conversation of Voices (Algra Editore 2015). Molteplici i sussurri, così come gli echi letterari che si rincorrono, dipanando il filo primigenio che ci guida attraverso le pieghe del sogno, dall’inganno all’incanto, dal buio dei primi versi dell’abbandonata Arianna alla luce del maestro Minardi che esce dalla scuola, nell’approdo dell’ultimo lungo componimento, ‘Lezioni elementari’, nella quarta sezione ambientata nella contemporaneità. Quel filo è frutto di conoscenza e gratitudine verso chi insegna lo scarto tra parola venefica e racconto-viatico, alla «voce senza voce che chiama all’unisono».

 

Il primo nucleo di testi, tratto dalla tradizione classica (Arianna, Didone, Eco, Cassandra, Penelope, Antigone), schiude la rosa delle voci femminili - già monologante nelle Eroidi ovidiane, nei casi di Arianna, Didone e Penelope, ma qui meno carica di rivendicazioni: Arianna, ormai stella fissa ma tutta piena «di nostalgia per la terra dei vivi»; Didone conscia che le parole di Enea «si tramutavano nell’incanto di una fiaba,/così come i lamenti e i rantoli delle ferite d’amore/diventano nella voce di Saffo armonia inaudita», non la regina virgiliana dallo sguardo feroce; e Penelope intenta a ordire la trama che invena il sentimento nell’attimo dilatato e intramontabile, «l’istante eterno, il brivido attimico d’amore». La fedeltà è adesione piena alla vita, al divenire, all’avventura, e a un sogno che gli artisti non temono, perché sanno bandire «la consuetudine al disinganno».

 

Del secondo gruppo di voci shakespeariane fanno parte Otello, Amleto e Ariel. In Otello, però, si assiste al fallimento dello sposalizio del mare, perché la parola ha avvelenato la mente del Moro, la trama del fazzoletto regalato a Desdemona ha reso il suo amore tossico: «Galleggiano gondole gonfie di parole vuote/ e quelle di Iago inquinano i canali». Eppure quell’anello affondato dal doge di Venezia assiso sul suo Bucintoro in parata, come lo immaginiamo dai quadri di Canaletto e Guardi, torna nella quarta sezione viaggiando nei tubi, nel ronzio d’acqua delle latrine sotterranee dove la giovane Maria si guadagna da vivere facendo le pulizie, mai rinunciando alla «mania di sognare», e le viene restituito in rosso corallo dal cielo giottesco della Grotta Azzurra.

 

Il mare è depositario di storie, le sue correnti abissali ne facilitano circolazione e memoria: «qui passa la conoscenza del mondo tra le acque,/le storie si sciolgono e diffondono/in ogni piccola onda, in ogni goccia» (‘La Veneziana’) e, pur se quelle forme paiono svanire, vengono trasfigurate in altra trama, nuove, direbbe ancora Eliot. Così Mussapi, che «trama e distrama», e per il quale il naufragio è solo scaturigine di mille e una notte di parole che affratellano: «Perdona chi non sente coloro che gli sono accanto,/perdona chi crede nella solitudine/senza sentire il respiro della sera,/la folla d’anime che lo sta cercando» (‘Ariel Songs’). Le immersioni nei regni d’ombra sono piuttosto aperture verso la terra dove sorge la luce, nella terza sezione, verso la Bisanzio di W.B. Yeats che si augurava di diventare «una forma d’oro battuto e foglia d’oro». E la suggestione orientale ha posto accanto alle parole del tuffatore di Paestum e di Plinio davanti all’eruzione del Vesuvio. Quel travaglio amoroso che variamente intreccia le voci di Mussapi permette alla materia di cui sono fatti i sogni di farsi monumento perenne, cosicché «la morte non avrà più dominio e ragione», afferma la sua Didone echeggiando Dylan Thomas. Lo Shakespeare dei Sonetti (146) sarebbe d’accordo, perché «morta la Morte, non ci sarà più morire».

Rossella Pretto

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