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Davide Rondoni, La ferita, la letizia

Cosa rimane, oggi, del Cantico delle creature di San Francesco, a 800 anni dalla sua composizione? O meglio, pongo la domanda più esatta: che ne è di noi, in un tempo di solitudini tristi, di sorrisi sintetici indotti dai pervasivi dèi dell’algoritmo e del mercato - degradate forme e povere (non umili) di un Altro Re sfuggente ai brand (ma non ai segni) che dal suo esilio ancora immette nel creato un sussurro misericordioso che affratella nel perdono? Noi, di fronte allo squilibrio sorgente da quel canto, umile sì e raggiante, che ci ricorda creature scandalosamente libere e invasate? Creature di carne, imperfette nella mente che separa, ma intere nel respiro del tutto, e che dal dolore traggono l’anelito al senso, alla compiutezza di un destino?

Attraversa le forme, Davide Rondoni, per dire ciò che forma non ha, ma ogni volta ne assume una per rivelarsi. Lo fa in La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo (Fazi, 2025, pp. 144, euro 18) modulando la scrittura per dar conto dell’attraversamento a cui si vota, sbranato e lieto, implicato fino al collo. Una resa e una poetica. Spericolata e umanissima. Lo fa col cuore pazzo di un innamorato che non si dà pace, tutto compreso nella vertigine della comprensione – parola in qualche modo del Cantico, quel cum: “Laudate sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature…”. L’inno che sboccia nel corpo del creato, intero e indiviso. Rifiorente perché intoccato dal paradosso basso/alto, umile/potente, creatura/Creatore. Ogni cosa è lì. Bisogna accorgersene e piangere fino alla lode. Servire riconoscendo la salvezza, o meglio, di essere salvati e incolpevoli. Nell’infinito perdono che unisce cielo e terra, quello spalanco ricolmato. «Se il mondo creato è segno di Dio, abitarlo e viverlo non è una colpa» scrive. Ma bisogna anche riconoscere di avere come amante Povertà e come sorella Letizia, pur nella ferita di ogni giorno. E benedire il travaglio che scalza il mondano dal piedistallo.

Rondoni parte da Francesco, «grondante di secoli e immagini» – formula che ricorre, con piccole varianti, in tutto il libro e di cui si attende, capitolo per capitolo, il ritorno: àncora, conforto nello sperdimento. La presenza e lo sguardo a cui il poeta forlivese non teme di sottomettersi. «Mi guarda. Discretamente, ma non mi lascia». Così comincia. E poi: «Porta una domanda, terribile e meravigliosa. Me la mette in mano. È possibile una vita lieta?». Gli occhi, quella domanda non accennano ad andarsene. Stanno lì. Visita in una vita che urge. Quieta e tempestosa. E accompagna, mentre il mondo grida, uccide e bacia. Nel turbine degli eventi, degli incontri.

E dunque: la letizia dov’è? Nella vita stessa, se sottomessa alla chiamata. Quando il supposto reale smette di colpire si fa un silenzio popolato. Fratello. Che dice la fratellanza. Quella di Francesco con i suoi. Di Chiara con le sorelle. E un mistero: la castità. Su cui Rondoni si interroga, come molti di noi. E va alle pendici del monte Asciano, dalle clarisse. «Sono arrivato con molte domande. Tu mi martelli nella mente e nel cuore, Francesco. Mi fissi. Vuoi una vita lieta?, mormori con le tue labbra di secoli e voli d’allodola». Risponde con la sua poesia, Rondoni, al piccoletto la cui madre proveniva dalla terra dei trovatori e che, infante, forse ascoltava la lingua di quei «cuori accesi, che parlavano dell’amore che mai può conoscere interamente il proprio oggetto, così come i teologi e i santi dell’epoca si dicevano innamorati di Dio, l’Altissimu Onnipotente, lo Smisurato, l’Imprendibile». E poi l’affondo: «La gentilezza dei poeti è stata forse il primo nome della tua santità?». E allora Rondoni li convoca, anche loro fratelli. Jaufré Rudel, il poeta dell’amore lontano. Hadewijch di Anversa, raffinata poetessa dell’epoca. E su tutti Dante. E Leopardi. E poi Luzi, Rimbaud, T.S. Eliot, Gregory Corso, Marianne Moore. E gli scrittori e le Scritture. Ma anche la gente comune, gli umiliati dignitosi e i sofferenti. Noi.

Dicevo: Davide Rondoni modula la prosa e attraversa le forme. Si apre a respiri lirici, altri più saggistici compulsando i testi e le fonti. Espone, si arrovella. Si abbandona, mendicante, cercando una risposta che sia fede assoluta in grado di spuntare gli artigli del dubbio. Sempre con accanto Francesco e il suo Cantico di rivoluzione e letizia.

Ma letizia, allora, cos’è? «Non una gioia minore… È anima d’acciaio, fuoco… è segno di un altro mondo in questo». Per chi ha un cuore traboccante.

Rossella Pretto

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