SCRIVO PER RIVIVERE

Elena Mearini, Eri neve e ti sei sciolta
C’è un silenzio molto denso, laddove manca la parola. Un silenzio d’immenso affacciato sulla natura come eco di radice e destino. Sovrumano silenzio, che annega il pensiero teso sul vuoto dov’è il principio del sentire. Lì, in quello spazio periglioso e salvo, si riesce a captare l’eccedenza, con antenne sottilissime, fili iridescenti che trattengono vibrazioni e arcani. È lo stesso silenzio gravido di trasalimenti che accade tra uomo e animale, presenza oltre frontiera che rimanda al luogo dove si sfarinano le parole, l’umano cede, capitola il verbo e si accasa nella poesia - il tentativo dell’ulteriore, di un mistero che assalta l’esistere. Una soglia che mette in comunicazione e spaura. Perché quella porta sull’oltre è la medesima che spalanca la dimensione dell’assenza e del morire.
Quando un poeta incontra il suo cane lo sa, sa che in gioco c’è tutto questo. E lo intende molto bene Elena Mearini, che ci regala una silloge dolentissima, Eri neve e ti sei sciolta (Re Nudo 2025, prefazione di Lello Voce), un epitaffio per la cagnolina scomparsa e un’impresa che prova il volo di un verso capace di trasbordare il dolore lungo le vie del diluvio. «Non può / la parola terrestre / chiamare il tuo nome / devo imparare la lingua / del vuoto che migra / dietro alle rondini». È necessario cardare la parola perché questa possa dribblare le funzioni del quotidiano e slanciarsi verso quel tipo di comunione che è presenza ed enigma, e il cui nome è amore. «Scrivevi sul pavimento / camminando / tutto il taciuto dell’uomo // da una stanza all’altra / le tue impronte erano / parole sbocciate // portavi in casa / girando / la primavera dell’indicibile».
L’impossibilità del dire - tra uomo e animale, da creatura a creatura, tra vita e morte – incide l’animo tramite la trasmutazione alchemica della poesia, aggredendo la sede del tempo. Non era Shakespeare a paragonare l’amato a un giorno d’estate, fugace nell’apparire come nel tramonto, ma eterno nei versi? Così fa Mearini con la sua Maya.
Si promette sempre qualcosa quando il filo si spezza, un giuramento che il poeta accoglie e porta come sfida alla pagina bianca: «C’era il bianco in te / dove in tutti l’ombra / è solita nascondersi / c’era il chiaro del silenzio / quando ogni voce è spenta / era tua la margherita solitaria / sotto la panchina del parco / e frugavi tra i petali / il seme della Via Lattea / tra le zampe / ti cresceva l’universo».
Chiedeva Montale a Clizia di portargli «il girasole impazzito di luce». È la richiesta di Mearini, il richiamo che slaccia dalla gola perché vaghi in cerca di una nuova possibilità. E sa, lei, che la chance riposa nei versi che compone. Lì, Elena e Maya sono di nuovo insieme. La morte non ha dominio.
La scrittura apre uno spazio di continuità dell’essere - ricordo riportato in vita, vita nuova (o nova, come in Louise Glück). «Tu vivi tra le cose / ti affacci improvvisa / tra le due piante / sulla terrazza / tra i due palazzi / nella strada / arrivi e sbatti / contro gli occhi / sei l’incidente desiderato / quello che rinsalda / ogni frattura».
Bisogna stare con la cenere tra le ciglia, tenere aperta la ferita, annusare con il fiuto acuito e teso, farsi cane, essere altro, per perimetrare l’ombra e permettere la vicinanza, perché i vuoti, i silenzi sovrumani continuino a brillare tra le cose. Sta in quel dono lo stupore, il folle amore, la grazia e la benedizione di sapere cosa sia un corpo di bene sconfinato, compagno e guardiano dell’anima. E quando manca è la sparizione dei giorni, la fame - «dove sarai adesso / femmina di paglia e miele» si chiede Mearini. La risposta è sempre la medesima: «Mi riporto a te / come neve all’acqua / per scorrere / nelle tubature del tempo / e sfociare / nell’ora tua eterna».
Non un commiato, ma il voto dell’astro nascente o «l’arrivo che resta». Perché un cane è solamente ciò che esiste nella sua irriducibile autenticità. L’offerta che lascia ai nostri piedi e che è lo spalanco di una comunicazione totale, di un mistero assoluto che usa i versi (poetici e canini) del miracolo.
Rossella Pretto