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21 marzo, Giornata Mondiale della Poesia

Viviamo in un tempo in cui tutto spinge a essere qualcun altro, o meglio, una versione migliorata, con una spiccata tendenza allo stravolgimento, al ritocco che snatura e svuota. Tra identità fake, pressioni sociali e modelli irraggiungibili, ansiogeni, il rischio più grande è smarrire il senso della vita e della propria eccezione.

D’altra parte, viviamo in un tempo in cui raccontarsi è strategia di sopravvivenza. Scrivere un romanzo, postare un ricordo su Instagram, condividere la propria routine su TikTok, pubblicare un memoir o abbozzare una poesia è diventato quasi inevitabile, per tutti. Ma non è solo per vanità: è la paura di non contare, di venire inghiottiti dal nulla dilagante di un mondo in continua smaterializzazione. Raccontarsi, allora, è sentito come atto vitale e virale. Scrivere, condividere, postare: ogni slancio narrativo risponde a un’urgenza profonda: non scomparire. Ma per resistere si punta troppo spesso all’emotività che non coinvolge le sfere del pensiero e della ragione. E cioè della consapevolezza che costruisce, evidenzia, crea e non mangia. Perché a esserci data è la parola. A noi il compito di comporla, accostarne una all’altra e farne testimonianza aderente. Rainer Maria Rilke insegna che non è la sola emozione a essere implicata in un semplice verso, non quella goccia di poeticità evanescente dell’esistenza, ma una lunga, lunghissima sedimentazione dell’esperienza. Occorre avere tanto vissuto e tanto provato. Dobbiamo perciò sapere che è su questo campo che si gioca il destino della poesia e della grande letteratura, tornare a indicare con fermezza che l’atto della scrittura, a maggior ragione quella poetica, è un corpo a corpo con il proprio essere che non ha nulla di rassicurante. Chiede e non smette di farlo. Incrina e accompagna. Talvolta supplica. È un agire profondamente umano che però mette l’uomo di fronte a sé stesso e, perlopiù, lo spiazza.

Karen Blixen scrisse che l’uomo non cerca la felicità, cerca un destino. E se è questo che cerca allora dovrà confrontarsi con le beffe spericolate della poesia che, con Rimbaud, dice «io è un altro». Cosa significa nell’epoca dell’esposizione facile e vanesia? Che ne è della sorte del singolo che, proprio perché non si trova, tenta goffamente di esserci di più e di più ancora?

Non è quell’altro che non siamo e che vorremmo. C’è un tempo sospeso, interrotto, un attimo assoluto tra il pensiero e l'azione, tra l'impulso che nasce in profondità e il gesto che si compie sulla scena del mondo. È lì che cade l'ombra, dice T.S. Eliot in The Hollow Men. Ed è in quello spazio-tempo incalcolabile che consiste l'illusione della libertà umana, la tensione tra volere e potere, tra desiderio e destino. È l’interim indagato dalla poesia, dove lo scrivere diventa verticale e vertiginoso. La sua è un’inchiesta accanita condotta con i mezzi linguistici da cui siamo abitati e che ci trascendono.

Così, l'ombra che cade tra impulso e gesto è fertile: su quel terreno cresce il fusto della poesia, che non dice la verità, le dà una forma possibile, perché sia direzione e comprensione. Tra il pensiero e l’atto, la nostra vita incauta cerca la sua voce formulando una domanda. E nell’attimo della maggiore adesione all’umiltà, in quello snudarsi, solo lì diventa bella: allora la fredda ragione si addolcisce e il cuore riprende a battere, è lì che si incarna il sentimento, non l’emozione passeggera, ma il sentimento dell’esistere, il nostro daimon, sboccia da una comune sorte di ricerca che si fa “verso”, e dunque tende, cammina, inciampa, senza finzioni si rivela, e ancora va. È un’erranza, quella della luna nel cielo e quella del pastore, nel Canto leopardiano, che implora: «dimmi: ove tende /Questo vagar mio breve,/ Il tuo corso immortale?». Verso cosa siamo proiettati? Il problema eterno del senso. Di una durata che però si slarga quando lascia traccia per l’altro. Perché «io è un altro» vuol dire che siamo in quel fiume, una catena umana, diceva Seamus Heaney, da non interrompere. Il dono della poesia è la coscienza di non bastare, non bastarsi, segno gratuito che forse non serve a nulla ma, nel tempo della funzionalità triste e performativa, ci salva comunque. Tornando a Leopardi e alla sua richiesta che questo nostro vivere abbia un significato e un valore, che qualcuno lo sappia, che lo sappia la luna, e lo custodisca, e custodisca la nostra domanda più vera: «Spesso quand’io ti miro/ Star così muta in sul deserto piano,/ Che, in suo giro lontano, al ciel confina;/ Ovver con la mia greggia/ Seguirmi viaggiando a mano a mano;/ E quando miro in cielo arder le stelle;/ Dico fra me pensando:/ A che tante facelle?/ Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito Seren? che vuol dir questa/ Solitudine immensa? ed io che sono?»

Ecco, «ed io che sono» chiede Leopardi. Non è un “chi” sono. Non è quello il verso. La poesia scompiglia. Io è un altro. E in questo altro che ci supera ha la sua missione e il suo canto.

Rossella Pretto

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