SCRIVO PER RIVIVERE

I corpi di Elizabeth
Quanti corpi può avere un re? Quanti, soprattutto, Elisabetta I, potente e tormentata sovrana d’Inghilterra tra il 1558 e il 1603?
Il suo corpo non è solo naturale e mortale: è anche un corpo politico, fondato su una dimensione teologica e mistica, immateriale e intangibile. Ma Elisabetta, per questo, non cessa di essere una donna, una bambina, una ragazza invischiata nelle vicende più dolorose della vita. Figlia del potente e sanguinario Enrico VIII e di Anna Bolena — decapitata quando Elisabetta aveva appena tre anni — fu dichiarata illegittima e imprigionata nella Torre di Londra. La sua ferrea ambizione la condusse infine al trono. Consegnatasi a una missione sovrana quasi monomaniacale, non si sposò mai. Attorno al suo corpo di vergine si coagularono però immaginazioni fervide, morbose, allucinate, come ricorda Nadia Fusini in Lo specchio di Elisabetta.
Negli ultimi anni, il teatro ha mostrato un rinnovato interesse per figure storiche in cui si intrecciano potere, genere e identità simbolica. A Milano I corpi di Elizabeth porta in scena Elisabetta I come icona di astuzia e resistenza, al centro di una commedia noir ad alta tensione visiva. Dopo il successo della stagione 2023/24, lo spettacolo è tornato al Teatro Elfo Puccini, dove resta in scena fino al 15 febbraio, prima di proseguire la tournée a Genova, Ancona, Agrigento e Treviso.
Il testo, scritto dall’acclamata drammaturga britannica Ella Hickson per il Globe Theatre e tradotto da Monica Capuani, è presentato con la regia di Cristina Crippa ed Elio De Capitani: una messinscena tesa e sorprendente, a tratti cinematografica, costruita per quadri e movimenti continui. I preziosi costumi di Ferdinando Bruni e la sontuosa scenografia di Carlo Sala — con il trono e pochi arredi essenziali incorniciati da grandi velari ricamati a motivi floreali — trasformano lo spazio in una macchina simbolica mobile, in cui il potere si espone e si reinventa.
Il testo è costruito sullo sdoppiamento del ruolo di Elisabetta in due attrici, consentendo di seguire la giovinezza e la maturità della sovrana. Elena Russo Arman, attrice dalla carriera solidissima e volto storico dell’Elfo, interpreta la regina adulta, oltre a Catherine Parr — vedova di Enrico VIII — e a Mary Tudor, sorellastra di Elisabetta e regina d’Inghilterra tra il 1553 e il 1558. Forte della sua lunga esperienza, Arman dà corpo a personaggi attraversati da tensioni contrastanti — desiderio e ragion di Stato — affidandosi a un virtuosismo che, nei suoi scarti più estremi, sfiora il grottesco come espressione necessaria. Particolarmente incisiva la sua Mary Tudor: sanguinaria sovrana cattolica, sposa abbandonata di Filippo II di Spagna, ossessionata da un desiderio di maternità destinato a restare frustrato. Sul petto, stretto in un funebre abito nero, campeggia un gigantesco crocifisso tempestato di rubini.
La principessa Elisabetta e la giovane Katherine Grey — oltre a una divertente servetta — sono interpretate dall’emergente e brava Maria Caggianelli Villani, già in scena con Arman in Gentleman Anne. L’attrice porta sul palco le paure della giovane Elisabetta, i dubbi, i tentennamenti, ma anche i primi desideri erotici della donna che consegnerà al mondo il mito della nuova vergine Astrea. Come ha mostrato la studiosa Frances Yates, il mito di Astrea è un dispositivo politico e iconografico in cui la castità diventa legittimazione del potere: la sovrana è collocata in un immaginario in cui il rifiuto del matrimonio diventa gesto fondativo. Non Didone, ma Enea; non l’amore che trattiene, ma la missione che fonda. La commedia, dai tratti esplicitamente femministi, conduce così lo spettatore nel cuore dell’ascesa al potere di una donna in una società profondamente patriarcale.
L’intrigante Cecil è interpretato da Cristian Giammarini, viscido quanto basta per evocare gli intrighi della corte elisabettiana, mentre Enzo Curcurù dà volto sia a Thomas Seymour sia a Robert Dudley, il favorito di Elisabetta che la regina non sposò mai. La scena in cui la giovane seduce Thomas Seymour è attraversata da una sensualità insistita. Bravi entrambi gli attori a lasciare spazio ai silenzi, ai gesti minimi, alle ritrosie di un incontro clandestino e carico di pathos, che restituisce allo spettatore la sensazione imbarazzante di osservare tutto dal buco della serratura.
I corpi di Elizabeth rivela che il potere è una costruzione simbolica che isola chi lo esercita. Ma la domanda resta aperta: quando una donna potrà abitare il potere senza travestirsi da uomo?
Rossella Pretto