SCRIVO PER RIVIVERE

La tempesta di Arias
Summa di un autore-mito che ha “inventato” l’uomo (ha detto Harold Bloom), La tempesta è l’ultimo play scritto da William Shakespeare: il malinconico ripiegamento, l’abbandono delle scene, ma anche la magnanima comprensione dell’esistenza da parte di chi ha molto vissuto e visto cose che voi umani non potreste immaginare. Così come in punto di morte il replicante Roy Batty del film di Ridley Scott si dimostra più toccante e vulnerabile del suo cacciatore, lo spiritello Ariel della Tempesta mostra a Prospero la misericordia, quella differente possibilità di essere. E Prospero se ne accorge vedendola nel suo servitore: se tu che sei fatto d’aria senti la pietà, perché non dovrei provarla io, chiede. È il lascito del grande Bardo, quello che parla con forza al nostro presente intriso di sangue.
Finita la stagione del revenge play, finiti i complotti di Macbeth, Riccardo III, Amleto e gli altri, in Shakespeare resta un sentimento di pietas che allarga il cuore e accetta la vita per ciò che è. A essere implicato da subito è il perdono. Ma se è disponibile a priori, va vissuto e sofferto fino alla piena realizzazione.
Lo conferma Alfredo Arias, regista argentino naturalizzato francese, nella sua messa in scena vista a Vicenza in un Teatro Comunale affollato e attento, con la sua programmazione varia e di qualità. La prevista vendetta di Prospero, duca di Milano spodestato dal fratello Antonio e costretto a riparare su una strana isola sonora con la figlioletta e i libri di magia, deve aprirsi ad altro. Dopo 12 anni di incontrastata signoria sull’isola e sui suoi due abitanti - Ariel, liberato dalla corteccia di un pino, e un più ferino e malmostoso Calibano, figlio della strega Sicorax –, Prospero ha la chance di cambiare tutto. È data a lui, in primis.
La scena ideata da Giovanni Licheri e Alida Cappellini è pensata in un labirinto deserto, i muretti grigi sul nero del palcoscenico vuoto, come vuota è la veste preziosa che pende dall’alto e che Prospero non indosserà mai - o mai più. Tutto è già accaduto. Siamo all’interno della mente del mago, lì si svolge la vicenda che lui inscena. I nemici sono in vista e Prospero, grazie alle sue arti e a quelle di Ariel, può provocare una finta tempesta per condurli a sé, nelle spire della sua mente all’opera.
A guidare il passo è un Graziano Piazza che mai indulge in guizzi da mattatore, ma si concede la naturalezza di chi non ha nulla da dimostrare. Profondamente a proprio agio nel personaggio, all’apparenza dimesso e stanco, è convincente sempre. Esiste in scena e permette alle cose di accadere.
L’adattamento condotto sulla traduzione di Agostino Lombardo dallo stesso Arias porta a una riduzione significativa del testo, condensato in atto unico. La novità si gioca tutta in apertura, nell’anticipazione velocizzata del finale, come a ribadire che l’esito è dato, ma deve essere rivissuto in un rewind dove i mezzi del teatro (quella magia) vengono dichiarati e condivisi. Il cast è di comprovata bravura. Su tutti la magnifica Guia Jelo (Ariel) che si sveste pian piano delle sue ali “ermetiche” per terminare in gramaglie, ma più libera e dolente che mai. Il divertimento è assicurato da Alessandro Romano e Franco Mirabella nei panni di Trinculo e un femmineo Stefano en travesti, che debordano in platea accompagnati dalla “fluida” maestria di Rita Fuoco Salonia, con il suo eccellente Calibano. Miranda e Sebastiano sono impersonati da Rosaria Selvatico e Lorenzo Parrotto. Fabrizio Indagati e Luigi Nicotra danno vita a due cospiratori alla dottor Jekyll e mister Hyde, incubotici e dagli occhi iniettati di sangue. A conferma di un teatro dell’immaginazione che prende corpo, vivissimo e brioso, luogo della finzione che, se vissuta autenticamente, lascia spazio alla pienezza chiaroscurale dell’uomo, con le sue tristi mancanze, le colpe, la mostruosità – siamo tutti Calibano, quell’essere immondo a cui abbiamo concesso la parola per maledire – ma anche con l’inesausta creatività, volatile e preziosa di chi sa mutare e mutarsi per migliorare. «Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni», creature impossibili e belle che devono provare tramite l’avventura terrestre quale sia il proprio destino, se di offesa o di grazia. E soprattutto se ha ancora senso una coabitazione tra diversi che abbia a fondamento il rispetto e una mitezza che supera le atrocità, concedendo pace. Perché il genere umano abbia una possibilità di durata.
Dal 17 marzo lo spettacolo sarà a Torino e poi a Brescia.
Rossella Pretto