top of page

Li Po, La clessidra di bambù (a cura di Roberto Mussapi)

Iniziamo dal “Canto di Lu Shan”, questa ascesa, il trionfo. «Sono davvero un pazzo di Chu, / che canta il canto della Fenice e / irride il saggio Confucio» scrive Li Po, il poeta cinese del VIII secolo che si avventura con il suo bastone verde giada sulla Montagna dello Splendore in cerca di geni, «la Luh Shan si innalza accanto alla costellazione dell’Orsa del Sud / come un paravento a nove fogli / ricamato di nuvole, / e il lago chiaro riflette il suo smeraldo».

È una poesia, quella cinese di Li Po, concreta, che eleva ciò che vive, pur nella sua piccolezza, a immagine, forma che, poi, nell’ideogramma, trasborda il suono, la musicalità, la poesia – in un circolo virtuoso che si chiude. Non astratta, non concettuale, la realtà non è copia imperfetta ma gioia di rivelazione, tensione scorrente. Lo sguardo di Li Po - dopo aver indagato «i due picchi che svettano verso la Porta d’Oro, / e più in alto, alla cascata del Picco dell’Incenso» - vede oltre l’azzurro le vette inerpicarsi ancora. La via dello spirito è stata percorsa «toccando l’arpa tre volte». Ecco allora che Li Po riesce a vedere «lontano tra le nuvole iridescenti geni / che salgono alla città celeste con / le mani piene di loto. / Incontrerò l’Immenso lassù nel Nono Cielo. / Per poi viaggiare, con Lu-ao, / verso il Grande Vuoto» scrive nella prima poesia tradotta da Roberto Mussapi nel bel volume curato per Bibliotheka, La clessidra di bambù, impreziosito da un disegno di Omar Galliani.

Viaggia senza posa, Li Po, in questi versi. Si dice che fosse sempre in cerca di mecenati. Mussapi crede che sia una lettura riduttiva, essendo Li Po spirito inquieto, sempre bisognoso di contatto con il fluire della vita, la sua bellezza e la consumazione. La leggenda racconta che annegò in un fiume cercando di acchiappare la luna, ebbro. Nella seconda poesia scrive di aver nascosto la sua identità per trent’anni dal vinaio. «Guerriero della Provincia del Lago, / perché mai chiedi di me? / Basta guardarmi: / una reincarnazione del Buddha del Grano d’Oro!». Umile splendore.

Ma risuona forte anche il dolore di un temperamento crepuscolare, straziato dalla bellezza transeunte che il poeta consegna al canto, la vita che sfiorisce, l’eterno mutamento che affiora in versi che ricordano quel monumento dei sonetti shakespeariani.

 

Vino

 Il vento primaverile giunge da oriente e vola via,

lievi increspature sul vino nella coppa d’oro.

I fiori cadono, fiocco dopo fiocco,

miriadi insieme.

 

            Tu, bella ragazza, avvampata dal vino,

            il tuo viso rosa è più rosa ancora.

            Per quanto tempo possono fiorire

            l’albero della pesca e della prugna

            accanto alla casa dipinta di verde?

            La luce fuggente effimera inganna l’uomo,

            presto porta l’età del passo malfermo.

 

Alzati e danza,

nel sole declinante,

mentre l’impulso della gioventù

non è ancora domato:

a che serve lamentarsi

dopo che i tuoi capelli son diventati

bianchi come fili di seta?

 

Li Po pensa alla casa lontana, vaga solo tra i raggi di luna, sente la tristezza del barcaiolo, il gemito delle donne che attendono gli uomini salvi dalla battaglia, il lamento della guardia di frontiera («Il tepore del sole ora è aria di morte, / un’orda di guerrieri dilaga in terra cinese. / Trecentosessantamila. / E dolore, dolore come pioggia»). Sono micro-variazioni della nostalgia incarnate nella voce degli elementi – le montagne (su tutto), i fiori, il vento, il fiume, gli alberi, le nuvole.

E sempre c’è un sentimento di esilio, desiderio e lontananza sofferta, la mancanza delle stelle che acuisce lo slancio: «Mi chiedi quanto mi pesi il distacco. / Fiori che turbinano confusi a tarda primavera. / Le parole non bastano, nel cuore niente ha fine».

E ancora: «Sento il mio cuore sconfinato, / le mie lacrime perle». È da quel dissidio, in quella crepa che si incastonano gemme, il luccichio prezioso dell’immortalità attingibile in una vita o il sogno di un mondo che si schiude ed erge un palazzo sul vuoto di suoni gorgoglianti, il sogno di Coleridge, quello doppio di Kublai Khan, il triplo di Mussapi. E il demone di voci che lo possiede. In postfazione, il poeta ne lascia testimonianza, suggerisce la via della sua poesia: «sentivo una necessità fisiologica di dare voce ad autori di altre lingue per trovare la mia, conoscendone o scoprendone zone inesplorate e a me ignote». Mussapi arriva a Li Po attraverso Pound, lo studio dell’ideogramma, la traduzione, quella rappresentazione a cui ripugna l’astratto. «Si potrebbe arrivare a credere» scrive Pound «che la cosa che importa, in parte, è una sorta di energia, qualcosa di più o meno simile all’elettricità o alla radioattività, una forza che trasfonde, salda e unifica. Una forza che somiglia piuttosto all’acqua che sgorga attraverso sabbia chiarissima e la mette in veloce movimento». È l’energia segreta della poesia, dice il poeta cinese vivente Yang Lian. Un voltaggio possibile. E un lascito che Mussapi continua ad accogliere, e trascrive.

 

Ricordo dell’addio, in una taverna di Chin-ling

 Soffia il vento tra i salici, e la locanda

è irrorata dal profumo dei fiori.

La ragazza del Sud mesce allegramente vino.

Miei giovani fratelli,

venuti qui a Chin-ling a dirmi addio,

scoliamo il vino fino all’ultima coppa!

E poi per me chiedete al fiume

che scorre a oriente

se sia più eterno il suo fluire o il mio addio.

​Rossella Pretto

  • Facebook
  • Instagram
  • YouTube

RIMANI AGGIORNATO

SULLE ULTIME USCITE

© 2025 by ROSSELLA PRETTO

bottom of page