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Una raccolta poetica compatta, dalla tenuta forte, quest’ultima di Prisca Agustoni, L’animale estremo, la quale, in cinque sequenze e alternando parti in versi a parti di poesia in prosa, delinea il percorso della città che dal verde di un pezzo di terra, quello dell’infanzia («vertice e grazia»), si insinua nei corpi e lì si impianta come parassita. «Non lo sapevi ma la città è un animale che sopravvive, a digiuno da giorni, e scava dentro di te come un cane che scava nella terra». Il cantiere cresce, famelico, mette su scheletro e corpo, danza sul vuoto animato dalla vita di operai acrobati. Il poeta sa, anche se al riparo delle sue finestre, che potrà pure giocare a costruire e distruggere una città di lego, ma la vita là fuori resterà, e resisterà tutto ciò che è a portata di sguardo. La Poesia può fare esattamente questo: resistere mentre ogni cosa viene divelta e l’immateriale di una nuova realtà tramata di pixel avanza, mentre le scavatrici artigliano la terra alla ricerca della radice e «del cuore sanguinante dell’animale». Il poeta deve guardare alla vacuità che attanaglia l’umano, aspettando che l’istinto vitale risorga e che «fioriscano le ortiche // invisibili e primitive le radici», appeso «in bilico / al perimetro della gioia» per appiccare «un fuoco lento / al bianco della pagina». Può e deve testimoniare l’esistenza del vicino, quello della finestra di fronte, «fratello d’ombra e di fuoco / come una visione di verde / nel deserto, miraggio di pace // nella trincea degli specchi», sapendo che le viscere dei palazzi, mostri di cemento che trattengono i residui di tutti (pure i rumori), le viscere dei palazzi mettono in comune i destini, e lì, i sogni degli altri assomigliano ai nostri, lì si crea una sorta di intimità, tra parete e parete, negli interstizi: «Ci sono ferite invisibili nei tubi, le intuisci, le sai lì, in agguato, dietro le tue, sul rovescio dei giorni». Una traccia affonda nella notte della Storia e si fa largo nel buio, ri-attinge agli albori dell’uomo e fa nascere il mondo da una «lingua / silenziosa, minerale» (nella bella serie “impronte” ispirata ai «dipinti rupestri visti in Patagonia, Caverna delle mani»), con «829 mani sovrapposte / che gridano // nell’eremo di una lingua / appena nata». Una migrazione, infine – tale è la parabola di Prisca Agustoni, svizzera d’origine con una cattedra di letteratura italiana e comparata in Brasile, poeta multilingue che scrive in italiano, francese e portoghese, e dunque sa cosa sia il corpo a corpo con la lingua, la materna e la straniera – una migrazione, quella dell’ultima sequenza, Lingua sommersa, dove Agustoni trova il punto d’equilibrio, la rosa pulsante della cometa heaneiana, nella «certezza della scrittura / come unica dimora // bozza eterna / in una lingua storta».

Rossella Pretto

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