Miguel de Unamuno, La zia Tula. San Manuel Bueno, martire
- Rossella Pretto

- 7 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Non dovrei dirlo, almeno non cominciare così, ma… ciò che più mi stuzzica dei due romanzi brevi di Miguel de Unamuno (La zia Tula, San Manuel Bueno, martire, Mondadori 2025, traduzioni di Maurizio Esposito La Rossa e Marco Ottaiano, con introduzione di Marco Ottaiano) sono le parti non romanzate, sono cioè rispettivamente l’incipit e la chiusa dei due. Amo le scritture spurie, riflessive, che rimettono in discussione il contenuto e si intromettono nella pura trama, ne rompono le maglie. Ma di cosa parlano i romanzi?
La zia Tula racconta la storia di Gertrudis, aspirante madre vergine, sorella della fragile e bella Rosa, il cui compito è quello di mettere al mondo dei figli che Tula farà suoi, a maggior ragione dopo la morte di Rosa. È così che la vocazione alla maternità depurata dall’inciampo del corpo si compie in Tula nella consapevolezza più o meno esplicita di un amore negato: l’amore per il cognato Ramiro che prima si innamora di lei ma deve tener fede all’impegno preso con Rosa, poi, dopo la scomparsa di Rosa, la chiede in moglie e infine, obbligato invece al matrimonio riparatore con la domestica, fa figliare anche la poveretta, quindi si abbandona alla tristezza e muore. Unamuno costruisce una scena d’addio commuovente in cui trova spazio anche la confessione.
Ma dicevo del Prologo (che il lettore di romanzi può saltare, scrive Unamuno). Qui, vengono dichiarate - a posteriori, afferma lo scrittore, perché vuole ribadire che il suo non è un romanzo a tesi – le radici chisciottesche e teresiane del racconto. Inoltre, Unamuno esplicita la riflessione sulla sororalità, richiamando Antigone come santa del paganesimo ellenico, per compiere una giravolta rispetto al punto di vista comune. Se patrie e fraternità si reggono sulla belligeranza maschile che fonda città e crea civilizzazione (così il primo atto della Storia Sacra), matrie e sororalità permettono invece la pace intorno al focolare del pastore errante (quello stesso Edipo padre e fratello di Antigone da lei accompagnato per il mondo fino all’estinguersi della colpa). «Povera civiltà fraterna, cainita, se non ci fosse la domesticità sororale!» scrive Unamuno, «Perciò, il fondamento della civiltà, la domesticità, passa di mano in mano di sorelle, di zie». Come nel caso della zia Tula.
Come dice Ottaiano nella bella introduzione che ci guida all’interno dell’universo narrativo di Unamuno, chiara e approfondita pur nelle poche pagine, la fede va vissuta in tutte le sue contraddizioni, nei paradossi che la fanno viva, non vuoto rito estraneo all’esperienza del singolo. Tula crede in qualcosa che ha il dovere di provare. Crede nel nucleo familiare e nella possibilità femminile di dargli forma. «Credere», dice Ottaiano, «equivale a plasmare ciò che l’individuo desidera realmente». È una lotta – la caratteristica più propria dell’esistenza, per Unamuno – e «l’anima di ogni credente è ciò che scaturisce dalla sua battaglia agonica, ed è pertanto il risultato, e non l’origine, di tale lotta», prosegue il traduttore. Se Tula ottiene il risultato sperato (diventa la creatrice di quell’universo composito) è perché non ha gettato la spugna, ha creduto fino in fondo, e così il romanzo si conclude con la canonizzazione della zia/madre e vergine, e quindi con la trasfigurazione della donna. La religione maschile viene ribaltata e Tula si impone – un po’ come succedeva nel divertente Dio esiste e vive a Bruxelles, il film.
San Manuel Bueno, martire è invece la confessione di Angela Carballino riguardante la vita, il pensiero e la condotta di un prete di campagna che ispira il vivere delle sue pecorelle paesane ma coltiva il dubbio a proposito della sua fede, un dubbio che attecchisce e deborda. San Manuel, beatificato per direttissima per le sue opere buone, non riesce a credere nella vita dopo la morte e nella resurrezione. Eppure si prodiga perché la gente comune sia confortata da quel pensiero e conduca così una vita serena. Il segreto lo confessa solo a Angela e al fratello di lei, il progressista e ateo Lázaro, riuscendo a trovare in loro accoglienza. Non solo. Comprensione e rispecchiamento – almeno da parte di Lázaro. Ma cosa succede alla fine? Che Angela scrive le sue memorie e confessa il terribile segreto mentre si chiede: Cosa significa credere? E poi succede che i fogli di Angela arrivano a Unamuno, il quale, come aveva già sperimentato in Nebbia, suo romanzo più celebre, si intromette per dire l’ultima parola. E che dice? Che lui crede, fortemente, alla realtà dei suoi personaggi. «Ci credo più di quanto non vi credesse il santo stesso; ci credo più di quanto non creda alla mia stessa realtà». E termina con un discorso sulla verità di parole e opere. E sulla confessione. «E per un popolo come quello di Valverde de Lucerna non esiste altra confessione che la condotta». E poi: «so bene che in quello che si racconta in questa storia non succede nulla; ma spero che sia perché in essa tutto resta, come restano in laghi e le montagne e le sante anime semplici che sono al di là della fede e della disperazione, che in essi, nei laghi e le montagne, fuori dalla storia, nel divino romanzo, hanno trovato riparo». È un po’ come la neve che si stende sui vivi e i morti.
Il punto è che la letteratura, in senso ampio, è l’unico luogo in cui le cose si accasano e rifugiano. Possono dirsi e trovare la dimensione mitica che, escludendo l’immortalità dell’anima, potenzia quella della storia umana. La carne diventa la scoria attraverso cui la figura si riaffaccia e si narra. Ne ha la possibilità. La scoria non è ininfluente. Ogni corpo lascia un’impronta, uno strato. La storia immortale si declina così in mille modi, si approfondisce e si avvolge su sé stessa, si svoltola, riprende fiato. È l’eterna questione dell’esecuzione. Necessaria. Particolare e universale, allo stesso tempo. Universale quanto più è radicata nel particolare. Blixen diceva che Dio ha dato all’uomo il Logos e lui deve restituirgli il Mythos. È questa la forma di immortalità possibile. Ci crediamo in molti. Non la maggior parte, questo no. Ma quanto basta per portare avanti un’idea di letteratura, di scrittura che non si deve perdere, a fronte di una debordante messe di scritti d’evasione e di trama che non aspirano a niente se non al mondo dell’apparenza e della fama fugace, a ragione sempre più fugace. Cosa che non accadrà a Unamuno, per fortuna!
Rossella Pretto

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