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Vladimir Di Prima, Il buio delle tre

  • Immagine del redattore: Rossella Pretto
    Rossella Pretto
  • 12 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

C’è un’ora, le tre del mattino, in cui il mondo sembra trattenere il fiato. È l’ora delle streghe, l’ora delle visitazioni. Ma è anche quella dell’impasse. «Il buio di quell’ora gli sembrava lo stallo di una condanna definitiva: troppo lontano dalla luce del tramonto, pressoché indifferente alla successiva alba».


Con la penna sontuosa che lo contraddistingue da anni, Vladimir Di Prima crea il personaggio del siciliano Pinuccio Badalà, lo tallona dall’infanzia all’età adulta e ne mostra il lato fragile e quello resistente, i tic, le paure, la creatività inesausta, la caparbietà, sbozzando al contempo un ritratto al vetriolo dell’editoria italiana – sempre, però, calibrato sulle esigenze del romanzo.


Il buio delle tre (Arkadia 2023, pp. 228) si apre alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980. Lì Michele Badalà assiste all’esplosione della bomba. Si salva, ma rimane mutilato. Da quella ferita nasce la storia del figlio, Pinuccio, cresciuto in un paese siciliano dove la grande Storia — dalle stragi mafiose all’11 settembre — arriva, ma solo di rimbalzo. E oltraggia.


L’ossessione di Pinuccio diventa la vocazione alla scrittura: è ciò che lo spinge a scrollarsi di dosso la minorità – il margine, il peso del passato, la povertà, lo spauracchio della mediocrità e tutte le tare che sembrano gravare sulla sua Sicilia. La provincia non è solo spettatrice passiva, ma anche luogo da cui si tenta di parlare al centro, venendo quasi sempre respinti.


La stoffa di Pinuccio è quella del ribelle. Un eroe è sempre caratterizzato dalla sua volontà di resistere. E lui è un piccolo Prometeo che si fa divorare il fegato per la disubbidienza: aver portato il fuoco agli uomini – in questo caso la scrittura ambiziosa e la luce della conoscenza che l’accompagna. Non è a partire dall’impoverimento lessicale che il regime, in romanzi divenuti ormai classici della letteratura moderna (1984 di Orwell e altri), riduce in suo potere l’uomo rendendolo massa? La letteratura, ci dice Di Prima, necessita di fede e sacrificio, ma è anche in grado di ricostruire la singolarità dello sforzo che serve a rialzare la testa.


Pinuccio comincia così la sua peregrinazione per la penisola alla ricerca di editori e agenti che lo aiutino a emergere. Ma sembra non avere mai le carte in regola per fare il salto che lo consacri nel pantheon degli scrittori riconosciuti. Incontra invece un corteo di personaggi improbabili, che incarnano la versione farsesca e cinica dell’editoria italiana contemporanea, dove il merito non è quasi mai riconosciuto. Eppure Pinuccio non è una vittima: la sua tenacia sposta il baricentro dal puro nichilismo a una riflessione sulle legittime aspirazioni.


Sembra di vedere declinato in narrativa il pamphlet di Vargas Llosa, La civiltà dello spettacolo, dove si testimonia e denuncia la deriva spettacolare della cultura: l’esilio della parola, soprattutto quella ricercata, e la sua subordinazione all’immagine e al consumo rapido. Lo vediamo sui social. Dopo aver passato in rassegna saggi fondanti — da T.S. Eliot a George Steiner, da Guy Debord (e il suo consumatore di illusioni che conduce alla “futilizzazione” della società moderna) a Lipovetsky/Serroy e la loro cultura/mondo  — Llosa scrive: «La differenza essenziale tra la cultura del passato e l’intrattenimento di oggi è che i prodotti della prima si proponevano di trascendere il tempo presente, di durare [...], mentre i prodotti del secondo sono fabbricati per essere consumati all’istante e sparire, come i biscotti e i popcorn». È ciò che accade nel romanzo di Di Prima: Pinuccio desidera durare e attestare il proprio nome aere perennius. Emblematica la scena al Cimitero Monumentale di Milano.


Scrive ancora Llosa: «Trasformare questa naturale propensione a divertirsi in un valore supremo ha conseguenze inaspettate: la banalizzazione della cultura, la generalizzazione della frivolezza e, nel campo dell’informazione, la proliferazione del giornalismo irresponsabile basato sul pettegolezzo e sullo scandalo». Non è ciò che leggiamo ne Il buio delle tre? Una galleria di personaggi strampalati e di cialtroni che sviliscono la tradizione letteraria facendo leva sui meccanismi pubblicitari e sulle capacità istrioniche che trasformano scrittori e pensatori in burattini al servizio della macchina promozionale. L’editoria che privilegia il nome, la vendibilità, le mode risponde alla diagnosi di Vargas Llosa: cultura come intrattenimento e business più che come ricerca di verità. Il provinciale aspirante scrittore che si scontra con agenti, editori e mediatori è la versione narrativa dell’intellettuale fuori gioco nella civiltà dello spettacolo: non trova il suo posto perché il sistema non riconosce, o non vuole riconoscere, il lavoro lungo, oscuro, “non spettacolare”. Lo si intende bene alla fine.


Ma secondo Vargas Llosa c’è un altro ambito che soffre dei mutati codici culturali: quello dell’erotismo, legato per sua natura — per trasgressione — all’esperienza culturale e letteraria. Essendo tutto esibito, non c’è più spazio per il segreto, la clandestinità, l’enigma: nessuno scandalo e nessuna forma di conoscenza. Anche qui Di Prima compie una torsione. Il sesso, l’amore, il contatto tra i corpi sono sempre esperienze impattanti che la sua lingua sa rendere con forza. C’è nel romanzo una scena in cui il buio — un paesaggio visto dall’alto di un vulcano che mormora alle spalle — cede il posto all’amore: quando si smette di parlare del buio, subentra la carne. Sono le tre di notte quando Pinuccio interrompe la contemplazione di quel cielo per avventurarsi sulla pelle della ragazza che ha conquistato: è una delle sue ore della verità. Come accade anche nel finale — ma non si può raccontare: bisogna leggere. Basti dire che i sensi e i paesaggi sono protagonisti indiscussi del libro.


Il buio delle tre è la storia di questa ostinazione fragile, comica, testarda e profondamente umana.La storia di un uomo che vuole diventare scrittore in un paese che sembra non averne più bisogno.E che ogni notte prova a illuminarsi nel momento più buio.


Con uno stile brioso, elegante e ironico, attraversato da una vena di grottesco che esagera la verità per mostrarcene almeno un brandello. Rossella Pretto

 
 
 

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