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Davide Morganti, Non è qui

  • Immagine del redattore: Rossella Pretto
    Rossella Pretto
  • 14 nov 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Al centro di tutto c’è lo scandalo del sepolcro vuoto.

Il corpo morto trafugato dal principio suo divino per dire che no, non è finita.

Come non bastasse.

Essere ancora, dunque: è questa la sfida… ma in che forma?

Con quel corpo che puzza, con l’anima tutta risplendente, con la coscienza universale o senza nulla?

Davide Morganti compila un personale breviario della morte, dal primo abboccamento a 8 anni in avanti. E gli dà un posto in cui stare, aperto, a testimonianza: Bagnoli, suo luogo natio in cui le condizioni favoriscono l’incontro talvolta brutale con la Signora con la falce. Epperò il titolo è Non è qui (Editoriale Scientifica 2025, pp. 140, euro 12).

Non è qui cosa? Il corpo, il luogo, lui stesso, la fede? Cosa?

E allora torniamo all’inizio, cioè torniamo all’epigrafe da Matteo 28, 5-6: «Ma l’angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E dunque eccolo - no, eccolo no, ma insomma ci siamo intesi – è dal brano del Vangelo di Matteo che è tratto il titolo del libro.

Bene. A non essere qui - perlomeno inizialmente - è Gesù, il suo corpo.

Dopodiché inizia il racconto - lo scrutinio o l’oscuro scrutare, come è stato tradotto A scanner darkly di Dick (che in qualche modo c’entra) – inizia il romanzo di Morganti: «Ho incontrato per la prima volta la morte a otto anni ma non ricordo il suo nome». Un incipit bellissimo! E poi il leitmotiv: «Se era normale che un vecchio morisse non mi sarei dunque sorpreso se lo avessi poi visto alzarsi e tornare in vita, era un fatto naturale la resurrezione e non un miracolo, aveva gli stessi diritti del morire, capitava a tutti i morti mica solo a quel vecchio, in chiesa padre Antonio, con la sua faccia severa e nervosa, ironica e irritante, parlava spesso di morte e di resurrezione, mi pareva dicesse sul serio, lui sull’altare non scherzava mai e io gli credevo anche se mi stava antipatico».

Morganti poi studia teologia, per inciso.

È questa la tortura inflitta al credente – come lamenta lo scrittore napoletano – questo lo scandalo e lo scandaglio a cui è chiamato: il confronto con quel morto non più morto ma… cosa?

Perché no, il sacrificio del Figlio di Dio non ha redento il figlio di Dio, il mondo va a rotoli e l’uomo dà il peggio di sé. Dove si nasconde Gesù il risorto? «A me, invece, pareva un tentativo e basta, alla fine davanti ai miei occhi la croce era piena del corpo di Cristo e il sepolcro vuoto del suo cadavere».

Morganti è un bambino disperato che ha «un desiderio crudele di Dio», desiderio che non può colmare (come ogni desiderio, certo). E questo Dio che dispensa la morte e che non riesce a opporsi al destino dell’uomo, incapace di soccorrerlo, che, fragile, rimane incastrato e deve prendere su di sé l’atrocità della carne inerme e resistente – è questo che scandalizza della morte, che è un atto contro natura e violento: che dispendio energetico per colpire e terminare un corpo, per ridurlo al silenzio e all’immobilità; che rivolta! – questo Dio che prova il dolore e l’ammutinamento di ogni cellula umana, lui che, contestualmente, permette l’idea (? almeno) della resurrezione (quel problema), concede però qualcosa all’uomo – o è l’uomo che se ne conquista il diritto – e cioè la prova artistica, che è cinema e scrittura.

Cinema nel senso della pellicola che rinnova la vita, che muove corpi morti e li riporta alla luce (qualità del proiettore), come Lazzaro condannato a morire, tornare e ri-morire (povero)! «Una resurrezione ripetitiva che a me piaceva tanto, mica mi stupiva quella rumorosa dell’Apocalisse che dà solo ai nervi, non era una discoteca la fine del mondo, mi confortava quel malinconico mondo in bianco e nero dove le cose si ripetevano non per condanna ma per necessità e forse per loro sarebbe bastata questa come resurrezione».

E come scrittura (le due anime di Morganti) ma spinosa, proprio per la presenza di quel Dio che non dà requie, uno e trino (pure!), che non se ne va mai. «Lo Spirito Santo è stato, per me, una condizione disumana, quando scrivevo, pensavo o vivevo avvertivo la sua presenza come vivessi in Unione Sovietica dove chiunque poteva essere il tuo nemico e farti del male ma volevo scrivere anche a costo della vita». «Io volevo scrivere» dice ancora Morganti «perché era la cosa più vicina alla religione, Gesù aveva annunciato la salvezza attraverso la parola e non mediante la musica o la pittura».

E allora il sepolcro vuoto diventa non solo la mancanza della morte (di quel corpo) ma l’atrocità della parola che manca, la sua sparizione, tutta umana, l’incapacità e la prova. Ma anche il bisogno di stare in quel crollo, nel fallimento. Come afferma Morganti, dopo aver citato il passo di Giovanni dove Pietro vede e crede: «Da allora ho sempre immaginato di morire disperso in un posto sconosciuto, privo di sepoltura, senza corpo e senza una data certa, portare la mia morte altrove, non lasciarla qui, dove sono nato a cresciuto, a terra nemmeno le bende, svanire come mai ci fossi stato, essere un sepolcro vuoto che può fare a meno del funerale». Non è qui, appunto.

In tutto questo, la vita scorre, l’infanzia fugge, la Storia prosegue il suo cammino e Bagnoli sta dritta a indicare che certa è solo l’origine.



Rossella Pretto

 
 
 

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