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Luca Ricci, Gotico rosa

  • Immagine del redattore: Rossella Pretto
    Rossella Pretto
  • 30 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Che cos’è l’amore, se non un atto che ci espone al peggio di noi stessi? Un sentimento romantico, certo, ma soprattutto una prova: un rischio, un urto, una ferita aperta. In Gotico Rosa di Luca Ricci (La nave di Teseo) l’amore non è mai compimento pacificato, ma un processo che porta alla luce l’anima nella sua incompletezza, nella sua fragilità, nella sua oscenità — intesa come residuo opaco di una coscienza che si vorrebbe limpida e decorosa. Cosa impossibile se non a patto di estirparla.


«Sempre mi stupirò di quegli scrittori che mettono l’amore alla fine della storia, per risolvere le cose, come sentimento edificante. Per me l’amore va all’inizio e complica tutto, manda all’inferno», scrive Ricci.


Lo scrittore pisano torna alla forma breve dopo la Quadrilogia delle Stagioni e lo fa con la crudezza che conosciamo. La raccolta non si limita a raccontare storie di eros e desiderio: mette in scena l’urto tra esseri che aspirano a essere visti, compresi, assolti, e che non possono esserlo se non attraversando il conflitto, la contraddizione, l’irrazionale. È l’amore che si rivela proprio nell’atto in cui manca, nel punto in cui ferisce, nell’istante in cui tradisce le attese. Qui l’eros non consola: diventa esposizione.


«e mi scopro schiantato dall’affetto», scrive in Racconto della pioggia, «è un problema di visione, l’amore non fa mai vedere ciò che è bensì ciò che ci piacerebbe fosse, fa vedere la propria immaginazione e non la cosa in sé, caduta questa particolarissima lente, vedo una donna non troppo diversa da me […] siamo tutti così, l’amore è un inganno subdolo, dico di amarti perché pretendo che tu mi ami, chi ci casca è finito».


I racconti scorrono tra Venezia, piogge stagionali, metropolitane milanesi, estati pigre e nitide come sogni appena sfiorati. In Deliquio veneziano l’attrazione assume i contorni di una morte simbolica, dove il desiderio sembra sopravvivere ai corpi, a scapito dei corpi stessi; in Racconto della pioggia l’incontro si ripete come rituale, come se l’atto sessuale tentasse di imprimersi nella memoria del mondo; in Vitalità dell’amore la differenza di età non è solo ostacolo morale, ma fonte di frizione, di tensione che mette a nudo la precarietà di una scelta; in Ferragosto addio! assistiamo all’educazione sentimentale di un adolescente che si confronta con il rifiuto e la delusione, ma anche con la propria appartenenza sociale, fino a un colpo di scena che restituisce la misura del paradosso. E quando la pandemia irrompe, in Il nero abisso esistente tra noi, Ricci coglie la trasformazione dell’incontro come evento destabilizzante, in cui la distanza fisica diventa specchio di un’alterità profonda e irrisolta, capace di esistere solo al riparo della mascherina. Non più oltre. Mai.


Vivere l’amore significa allora confrontarsi con un rimosso. È la ferita prodotta dalla necessità di essere riconosciuti che, nello stesso gesto, ci rivela come mancanze, come soggetti incompleti.


Gotico Rosa diventa così un libro sulla nostra fame — di senso, di riconoscimento, di complicità — che si manifesta proprio nella sua inesausta insoddisfazione. Un invito a leggere l’amore non come promessa di pienezza, ma come prova in cui si testimonia la finitezza e, insieme, la tenace, disperata persistenza di chi desidera essere intero, senza mai poterlo essere del tutto. Se non nella reiterazione accanita di un bisogno che è insieme fisico e metafisico.



Rossella Pretto

 
 
 

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